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Giuseppe Tomasi di Lampedusa IL GATTOPARDO |
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Dopo,
il seggio elettorale venne chiuso, gli scrutatori si misero all'opera, ed a
notte fatta venne spalancato il balcone centrale del Municipio e don Calogero
si rese visibile con panciera tricolore e tutto, fiancheggiato da due
inservienti con candelabri accesi che peraltro il vento spense senza indugio. Alla
folla invisibile nelle tenebre annunziò che a Donnafugata
il Plebiscito aveva dato questi risultati: Iscritti 515; votanti 512; sí 512; no zero. Dal
fondo scuro della piazza salirono applausi ed evviva dal balconcino di casa
sua, Angelica, insieme alla cameriera funerea, batteva le belle mani rapaci;
vennero pronunziati discorsi: aggettivi carichi di superlativi e di
consonanti doppie rimbalzavano e si urtavano nel buio da una parte all'altra
delle case; nel tuonare dei mortaretti si spedirono messaggi al Re (a quello
nuovo) ed al Generale; qualche razzo tricolore si inerpicò dal paese al buio
verso il cielo senza stelle. Alle otto tutto era finito, e non rimase che
l'oscurità come ogni altra sera, da sempre. Sulla
cima di Monte Morco tutto era nitido adesso, la
luce era grande; la cupezza di quella notte però ristagnava ancora in fondo
all'anima di don Fabrizio. Il suo disagio assumeva forme tanto piú penose in quanto più incerte: non era in alcun modo
originato dalle grosse questioni delle quali il Plebiscito aveva iniziato la
soluzione: i grandi interessi del Regno (delle Due Sicilie),
gli interessi della propria classe, i suoi vantaggi privati uscivano da tutti
quegli avvenimenti ammaccati ma ancora vitali. Date le circostanze non era
lecito chiedere di più: il disagio non era di natura politica e doveva avere
radici più profonde, radicate in una di quelle cagioni che chiamiamo irrazionali
perché seppellite sotto cumuli di ignoranza di noi stessi. L'Italia era nata
in quell'accigliata sera a Donnafugata;
nata proprio lí, in quel paese dimenticato,
altrettanto quanto nella ignavia di Palermo e nella agitazione di Napoli; una
fata cattiva però, della quale non si conosceva il nome, doveva esser stata
presente; ad ogni modo era nata e bisognava sperare che avrebbe potuto vivere
in questa forma: ogni altra sarebbe stata peggiore. D'accordo. Eppure questa
persistente inquietudine qualcosa significava; egli sentiva che durante
quella troppo asciutta enunciazione di cifre, come durante quei troppo
enfatici discorsi, qualche cosa, qualcheduno era morto, Dio solo sapeva in
quale andito del paese, in quale piega della coscienza popolare. Il
fresco aveva disperso la sonnolenza di don Ciccio, la massiccia imponenza del
Principe aveva allontanato i suoi timori; ora, a galla della propria
coscienza, emergeva soltanto il dispetto, inutile certo ma non ignobile. In
piedi, parlava in dialetto e gesticolava, pietoso burattino che aveva
ridicolmente ragione. - Io, Eccellenza, avevo votato no. No, cento volte no. So
quello che mi avevate detto: la necessità, l'unità, l'opportunità. Avrete
ragione voi: io di politica non me ne sento. Lascio queste cose agli altri.
Ma Ciccio Tumeo è un galantuomo, povero e
miserabile, coi calzoni sfondati (percuoteva sulle sue chiappe gli accurati
rattoppi dei pantaloni da caccia), e il beneficio ricevuto non lo aveva
dimenticato; e quei porci in Municipio s'inghiottono la mia opinione, la
masticano e poi la cacano via trasformata come
vogliono loro. Io ho detto nero e loro mi fanno dire bianco! Per una volta
che potevo dire quello che pensavo, quel succhiasangue
di Sedàra mi annulla, fa come se non fossi mai
esistito, come se fossi niente immischiato con nessuno, io che sono Francesco
Tumeo. A questo punto la calma discese su don
Fabrizio, che finalmente aveva sciolto l'enigma: adesso sapeva chi era stato
ucciso a Donnafugata, in cento altri luoghi, nel
corso di quella nottata di vento lercio: una neonata: la buonafede: proprio
quella creatura che piú si sarebbe dovuto curare,
il cui irrobustimento avrebbe giustificato altri stupidi vandalismi compiuti.
Il voto negativo di don Ciccio, cinquanta voti simili a Donnafugata,
centomila no in tutto il regno, non avrebbero mutato nulla al risultato, lo
avrebbero anzi reso piú significativo; e si sarebbe
evitata la storpiatura delle anime. Sei mesi fa si udiva la dura voce dispotica
che diceva: Fai come dico io, o saranno botte. Adesso si aveva di già l'impressione
che la minaccia venisse sostituita dalle parole molli dell'usuraio: Ma se hai
firmato tu stesso. Non lo vedi? tutto chiaro. Devi fare come diciamo noi,
perché, guarda la cambiale: la tua volontà è uguale alla mia. Don
Ciccio tuonava ancora: - Per voi, signori, è un'altra cosa. Si può essere
ingrati per un feudo in più, per un pezzo di pane la riconoscenza è un
obbligo. Un altro paio di maniche ancora è per i trafficanti come Sedàra, per i quali approfittare è legge di natura. Per
noi piccola gente le cose sono come sono. Voi lo sapete, Eccellenza, la buon'anima di mio padre era guardacaccia nel Casino reale
di S.Onofrio già al tempo di Ferdinando IV, quando
c'erano qui gli inglesi. Si faceva vita dura, ma l'abito verde reale e la
placca d'argento conferivano autorità. Fu la regina Isabella, la spagnola,
che era duchessa di Calabria allora, a farmi studiare, a permettermi di
essere quello che sono, Organista della Madre Chiesa, onorato dalla
benevolenza di Vostra Eccellenza; e negli anni di maggior bisogno, quando mia
madre mandava una supplica a Corte, le cinque onze
di soccorso arrivavano sicure come la morte, perché là a Napoli ci volevano
bene, sapevano che eravamo buona gente e sudditi fedeli; quando il Re veniva erano
manacciate sulla spalla di mio padre e: Don Lionà, ne vurria tante come a vuie, fedeli sostegni del trono e della Persona mia.
L'aiutante di campo poi distribuiva le monete d'oro. Elemosine le chiamano
ora, queste generosità di veri Re; lo dicono per non dover darle loro; ma
erano giuste ricompenze alla devozione. E oggi se
questi santi Re e belle Regine guardano dal cielo, che dovrebbero dire? Il
figlio di don Leonardo Tumeo ci tradí!
Meno male che in Paradiso si conosce la verità. Lo so, Eccellenza, lo so, le
persone come voi me lo hanno detto, queste cose da parte dei Reali non
significano niente, fanno parte del loro mestiere. Sarà vero, è vero, anzi.
Ma le cinque onze c'erano, è un fatto, e con esse
ci si aiutava a campare l'inverno. E ora che potevo riparare il debito,
niente, tu non ci sei. Il mio no diventa un sí. Ero
un fedele suddito, sono diventato un borbonico schifoso, Ora tutti savoiardi
sono! Ma i savoiardi me li mangio col caffè, io! E
tenendo fra il pollice e l'indice un biscotto fittizio lo inzuppava in una
immaginaria tazza. Don
Fabrizio aveva sempre voluto bene a don Ciccio, ma era stato un sentimento
nato dalla compassione che ispira ogni persona che da giovane si era creduta
destinata all'arte e che da vecchio, accortosi di non possedere talento,
continua ad esercitare quella stessa attività su scalini piú
bassi, con in tasca i propri sogni avvizziti, e compativa anche la sua
contegnosa povertà. Ma
adesso provava anche una specie di ammirazione per lui, e nel fondo, proprio
nel fondo della sua altera coscienza, una voce chiedeva se per caso don
Ciccio non si fosse comportato piú signorilmente
del Principe di Salina. E i Sedàra, tutti questi Sedàra, da quello minuscolo che violentava l'aritmetica a
Donnafugata, a quelli maggiori a Palermo, a Torino,
non avevano forse commesso un delitto strozzando queste coscienze? Don
Fabrizio non poteva saperlo allora, ma una buona parte della neghittosità,
dell'acquiescenza per le quali durante i decenni seguenti si doveva
vituperare la gente del Mezzogiorno, ebbe la propria origine nello stupido
annullamento della prima espressione di libertà che a questi si fosse mai
presentata. Don
Ciccio si era sfogato. Adesso alla sua autentica ma rara personificazione del
galantuomo austero, subentrava l'altra, assai piú
frequente e non meno genuina, dello snob. |