UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI SALERNO

FACOLTA' di SCIENZE POLITICHE

CORSO DI LAUREA IN SCIENZE POLITICHE

 

 

TESI DI LAUREA IN STORIA CONTEMPORANEA

 

Anno Accademico 1992 - 1993 

 

 

"Rivalutazione delle Risorse Agricole, Industriali e Culturali del Cilento nella prospettiva del Parco"

 

 

Relatore

Prof.ssa Adriana DI LEO

Candidata

Tullia SANTANGELO

 

Introduzione

 

Capitolo I:

origine del nome Cilento; delimitazione e natura del territorio. la nuova realtà in prospettiva: l'Ente Parco

Capitolo II:

Agricoltura e zootecnia: Sistemi di coltivazione e prodotti. Proposte di potenziamento elaborate da Enti e Comunità montane

Capitolo III:

Industria, Artigianato, Turismo

Capitolo IV:

Comportamento sociale, cultura, storia, abitudini e folclore delle popolazioni cilentane

Bibliografia

 

 

 

INTRODUZIONE

-CENNI STORICI SUL CILENTO-

 

 

Il territorio di cui ci accingiamo a parlare ha una storia complessa e variegata, che si perde nei secoli e per questo ha dato origine ad una vasta, a volte anche controversa, letteratura.

La nostra indagine tenderà, per oggettive necessità, a privilegiare alcuni aspetti della realtà territoriale, abbracciando diversi spazi temporali, a seconda delle esigenze che si presenteranno di volta in volta.

Secondo il Franciosa(1) , intorno al 600 A.C., una delle famiglie sannitiche ( i lucani ) si sarebbe spinta dalla parte orientale del corso medio del sele "nell' interno di questa aspra regione" raggiungendo destinazioni varie verso il mar Tirreno e il mare Ionio. I primi abitanti del Cilento, secondo il Gatta(2) , che cita fonti antichissime, sarebbero stati i greci;

Lo stesso studioso indica persino qualche "manifesto segno" di presenza che lungo la costiera cilentana avrebbero lasciato gli argonauti, quando effettuarono ancor prima della guerra di Troia, il mitico viaggio alla ricerca del vello d'oro. Uno di tali segni sarebbe il Tempio di Giunone che erge sulla sponda del fiume Sele. Se queste testimonianze come tante altre debbono essere accolte con cautela,  perché non  sono  sufficientemente  suffragate  da  documentazione  attendibile,  veri  ed inoppugnabili sono gli avvenimenti verificatisi sul territorio dal momento della nascita della Magna Graecia in poi. Infatti, quì si verificarono lotte acerrime  tra  le  popolazioni indigene delle colline interne e quelle venute dal mare e insediatesi nella fascia costiera . Qui si svolsero le lotte tra i lucani e gli abitanti di Paestum, tra i lucani e i romani e, molti secoli dopo, tra i gesti e l'esercito di Belisario. I longobardi occuparono l'intero  comprensorio per  circa  quattro   secoli;  a  questi   seguirono i normanni  e, successivamente,  gli  angioini  e  gli  aragonesi.

Il resto della storia relativa all'epoca moderna è ben conosciuto e sarebbe superflua la continuazione del curriculum.

Un altro elemento da non trascurare, perché incidente sulla civiltà dei luoghi, è la presenza degli ordini religiosi che si sono stabiliti in loco nel corso dei secoli.

Ruderi più o meno conservati di monasteri, chiese riedificate in più tempo e in diversi stili, nomi di luoghi, tradizioni, segni del culto e della tradizione orale, nonché ricche testimonianze scritte dimostrano che nel corso dei tempi hanno attivamente operato in queste terre i monaci Basiliani, Agostiniani e Benedettini.

Ci  soffermeremo, ove sarà necessario, su qualcuna  di queste testimonianze, per misurarne l'incidenza sull' economia, sulla cultura e sul progresso ambientale.

E, per avere un quadro più completo di questa realtà non  si dovrebbero  sottacere  gli  altri  fattori storici e geografici che hanno realmente segnato il carattere delle popolazioni dislocate nelle zone più montane e collinari del Cilento. Ci riferiamo, ad esempio, alla schiacciante dominazione feudale che proprio in queste terre è durata sino all'arrivo delle truppe di Napoleone a Napoli, alla nefasta politica dei baroni e dei preti baroni, alla litigiosità del clero ricettizio, la cui presenza, ultimo propugnacolo di un conservatorismo in estinsione, si registra ancor oggi in qualche sparuto centro abitato, ci riferiamo al fenomeno delle malattie (sopratutto alla malaria ) che costringevano nei secoli decorsi, gli abitanti "delle pianure paludose a rinchiudersi nelle inaccessibili montagne dell'interno, in paesi che, lontani dal mare e tagliati fuori dalle vie naturali di comunicazione erano miseri e poveri di risorse"(3) .

Ma, come ogni terra, anche il Cilento presenta, nel quadro multicolore di una realtà storica, politica ed economica alquanto tormentata, momenti luminosi sui quali si è articolato il progresso degli abitanti di questa terra, progresso che sicuramente ha dovuto superare nei secoli le barriere di tutto "l'inquieto mondo, chiuso nella sua economia prevalentemente pastorale, senza una efficiente viabilità, pieno di miserie e di violenze dei più forti: fattucchiere, sorelle illuminate, zingari, frati ribelli, baroni prepotenti, clero irretito in faccende patrimoniali più laico che ordinato in sacerdozio(4) ". In tal modo, le popolazioni del Cilento, superando quella vissosità che sembrava essere un distruttivo fattore ereditario, facendo leva su un altro fattore caratteriale, che è quello della testardaggine operativa, hanno avviato una profonda opera di trasformazione del territorio, hanno intrapreso una politica di accostamento al fenomeno cooperativistico, di organizzazione di strutture turistiche e di valorizzazione dei prodotti locali che avranno sicuramente esiti positivi in un prossimo futuro.


 

 

 

CAPITOLO I

ORIGINE DEL NOME CILENTO; DELIMITAZIONE E NATURA DEL TERRITORIO. LA NUOVA REALTÀ IN PROSPETTIVA: L'ENTE PARCO

 

1.1- Non è possibile accertare con sicurezza l'origine del nome Cilento. Esiste, infatti, una copiosa diversificata letteratura in merito.

N. Acocella, per esempio, ha cercato di dimostrare che il toponimo, ancor prima di indicare una regione, designasse anticamente un centro fortificato ubicato nella parte più alta del Monte Stella (Castellum  Cilenti)(1).

Scrive il Mazziotti "occorre allora un nome alla contrada e i monaci la chiamarono Cilento ( Cis  Alentum )" dal fiume che la lambisce ad oriente e a mezzogiorno. Il nome si estese poi a tutta la regione tra il Sele e l'Alento, quando i Longobardi, nell'ordinamento da loro dato a queste province, formarono di essa un territorio detto nelle antiche carte Lucania  o  Cilento.

Da ciò la tradizione che il nome derivasse da quello dei due fiumi nella parola "Silento" cambiata poi in Cilento(2) .

Anche l'Aversano(3) cercando di chiarire i termini dell'atto di donazione citato dal Codice Diplomatico Cavese(4) e integrando  l'atto  stesso  sostiene  che  il  nome  Cilento   debba   riferirsi  ad un  cenobio    fondato inizialmente come cella da monaci italo-greci sulla sommità del Monte Stella, cenobio intorno al quale sarebbe man mano sorto un centro abitato e fortificato. Nonostante siano state avanzate le più svariate ipotesi e soluzioni relative al conio del termine, sta di fatto che la soluzione relativa all'indicazione  di ciò che si trova "al di quà dell'Alento" è la più accreditata e gode pertanto di una preferenza quasi generalizzata. Un fatto, invece, appare piuttosto evidente e si tratta, cioè, della dilatazione dei confini geografici del comprensorio,  che  sul  tempo  si  sono    andati    via   via    ampliando   fino   a   comprendere    la   dimensione   attuale, che è notevole e che appare ancora flessibile a seconda degli interessi dei paesi che preferiscono o rifiutano di essere compresi in tale area. Hanno contribuito sul passato all'estensione del territorio le donazioni fatte ai monasteri sul periodo di transizione fra il regno dei longobardi e quello dei normanni, quando cioè si tendeva a sottrarre alle scorrerie del popolo del Nord determinati territori. Parimenti sono state determinate le donazioni fatte per motivi di fede e per garantirsi da parte dei benestanti una continuità dopo la morte nelle preghiere e nelle messe offerte su un determinato altare. D'Altra parte, la Badia di Cava dei Tirreni che ha esercitato per secoli la sua giurisdizione su tutta la fascia costiera del Cilento, attirava, come si rileva nel Portanova(5) , nei suoi possedimenti una politica di accorpamento amministrativo territoriale che potesse facilitare la gestione dei beni stessi man  mano che si ingrandivano mediante cessione o donazione.

Nella prima metà del 1700, come sostiene il Cassese(6) il toponimo comprese anche il territorio sotto la giurisdizione della diocesi di Paestum e, verso l'interno, quello che si estende sino alla catena degli Alburni. Ai principi del 1800, quando fu creata da Napoleone la Provincia del Principato Citra, il Cilento andò a comprendere un'ulteriore striscia di territorio costiero prolungantesi sino a Sapri e verso l'entroterra addirittura al Vallo Di Diano, incluso il bacino sulla destra del fiume Tanagro. Ai nostri giorni, con il nome Cilento viene designata la parte più Meridionale della Campania e, in particolare, della provincia di Salerno, la quale si estende a Sud-Est del golfo del capoluogo di provincia e della vasta pianura formata dal fiume Sele.In senso generico ed ampio, sotto tale nome si può comprendere tutto il territorio esistente tra il Sele, il Tanagro, il Vallo Di Diano, il Bussento e il mar Tirreno.

In senso più limitato viene compreso sotto il nome Cilento solo il territorio collinare e montuoso a Sud del golfo di Salerno, che si estende dal mar Tirreno al fiume Alento.

La situazione climatica del territorio che prendiamo in esame presenta due aspetti principali:

lungo la fascia costiera, che si estende da Punta Licosa al golfo di Policastro, il clima è generalmente mite anche nella stagione invernale, nelle zone interne l'autunno e l'inverno fanno registrare nel periodo novembre-marzo, frequenza di precipitazioni  e   periodi  di  freddo  di    notevole  intensità.   Nei  mesi  estivi  a causa della siccità,   che  a  volte  si   prolunga   per   interi   mesi    nelle   aree   prive  di   risorse   idriche   (soprattutto  sulle  colline) si verifica un arresto della vegetazione, tanto che il terreno diventa arso e polveroso.

Da tale diversificata condizione climatica sono scaturiti nel  tempo:  atteggiamento  diverso   delle   popolazioni   rispetto ai problemi da affrontare,  agricoltura e consuetudini differenti, varietà di presenza demografica, diversità di sensibilità persino di fronte alla lotta dell'analfabetismo.

L'agricoltura delle zone interne, diversamente da quella costiera, ha sempre avuto dei nemici irriducibili, che ne hanno ridimensionato la potenzialità; questi nemici sono: la grandine, il vento, la nebbia e le gelate tardive.

In alcune zone più elevate succede spesso "che il grano, nella prima quindicina di giugno, viene strazzato nella sua vegetazione dai venti caldi sciroccali; così l'olivo, per deficienza di umidità sul terreno, nel mese di agosto, perde buona parte dei frutti; lo stesso dicasi per il fico, che per l'eccessiva aridità getta in anticipo le foglie e i frutti e infine la stessa vigna dà molto più vinaccia del solito a scapito del vino(7) .

Abbiamo  detto  che,  la  natura del  territorio del Cilento è prevalentemente  collinare   e  montuosa  ma  è  necessario chiarire più in dettaglio la natura dei rilievi, perché essi hanno caratteristiche del tutto diverse sia sotto il profilo morfologico sia sotto quello orogenetico rispetto alla catena dell'Appennino meridionale.

"Nel Cilento, scrive il Franciosa, non si può parlare di catene ma di massicci, di plessi montuosi staccati e distinti   l' uno  dall' altro,  spesso   isolati,   geologicamente  diversi  e  talvolta  anche  tettonicamente  difformi.  Una sola uniformità è costante, la direzione da Nord-Ovest a Sud-Est: ma si riscontra anche un certo parallelismo disturbato dalle profonde valli e dai non meno profondi burroni, aperti in tutti i sensi e direzioni, in relazione alle vicende storiche evolutive, ai successivi sollevamenti e alle conseguenti modificazioni, provocate dai movimenti orogenetici col sovrapporsi e frantumarsi delle rocce. Questa irregolarità orografica si manifesta particolarmente in un altro carattere essenziale, e cioè, che lo spartiacque corrisponde  solo per eccezione, o non corrisponde affatto, alla linea di vetta"(8) .

A questo punto vale la pena di soffermarci sulla natura del territorio delle zone interne del Cilento prima per confermare, come già accennato in precedenza, che ben diverso è lo stato dei luoghi rispetto alla fascia costiera, e poi perchè su queste zone che meglio ci accingiamo a definire geograficamente è stata prevista dal Governo, con Legge già operante e che illustreremo subito dopo, la realizzazione del Parco Nazionale del Cilento. Il massiccio dell'Alburno che si estende da Nord a Sud tra il fiume Calore e il fiume Tanagro, raggiunge con la sua massima vetta (Punta Palermo) la considerevole altitudine di metri 1742; tale massiccio di natura prevalentemente calcarea, presenta una vegetazione variamente definita man mano che degrada verso due opposte valli nelle quali scorrono i fiumi sopraindicati. Ad una vasta zona di superficie piuttosto brulla succede prima   uno  spesso  manto  di  faggi  e castagni poi di uliveti e vigneti.

Nel   punto,  a   Sud,  dove  finisce  il  massiccio  degli  Alburni  comincia  quello  del  Cervati,  che  è  il  più  elevato  della  regione in quanto raggiunge circa 2000 metri.

Caratteristico, nel cuore del Cilento è il massiccio del monte Gelbison(m.1705), determinante per tale monte è che alla sua superficie sorge il Santuario più famoso di tutto il territorio, quello di Novi Velia, la cui tradizione multi secolare è punto di riferimento per le popolazioni persino dei più lontani paesi.

Sulla fascia costiera domina il massiccio del monte Stella, che si protende sino al mare presentando verso questo, nella parte terminale, speroni rocciosi, verso il lato opposto, cioè verso l'Alento, un paesaggio ricco di vegetazione e di colture pregiate.

I quattro corsi d'acqua che abbiamo citato prima e che sono gli unici della regione hanno aspetti molto caratteristici. Infatti, l'Alento sul quale di  recente è stata creata una diga artificiale per la raccolta delle acque e la distribuzione nei periodi di magra, trasportando verso la foce, nel corso dei secoli, ovviamente durante le piene, molto materiale, è riuscito a plasmare una fertile pianura alluvionale tra la marina di Casalvelino e l'antica Velia.

Il Mingardo che trova origine nella parte meridionale del monte Cervati, ha scavato, nel tempo, una profonda gola nel terreno calcareo del monte Bulgaria, attraverso la quale sfocia ad Est di Capo Palinuro.

Il Bussento è il fiume che si nasconde sotto terra per un lungo tratto: presso Caselle in Bittari precipita in una enorme cavità, che si apre sotto il monte Cannello e torna alla luce dopo Morigerati. Compiendo un percorso sotterraneo di circa 4 km. Al monte dell'inghiottitoio le acque del fiume sono sbarrate da una piccola diga che ne permette l'utilizzazione a scopi idroelettrici.

Il  Calore,  che  nasce  dal  Cervati  e  diviene  affluente del Sele dopo un percorso di circa 50 km, è il fiume di maggiore interesse. Questo perchè su di esso, a metà percorso, è stata prevista, anche se non è stata realizzata, una grande diga di sbarramento che permetterebbe la nascita di uno dei più grandi bacini artificiali d'Europa. Questo corso d'acqua è tenuto sotto particolare osservazione da parte degli ambientalisti perchè nelle sue acque è stata notata la presenza della lontra.

Un aspetto morfologico, caratteristico del Cilento è il fenomeno del "carsismo":in alcuni punti è cosi frequente da diventare una vera e propria peculiarità. Il solo massiccio degli Alburni presenta oltre trecento tra inghiottitoi e sprofondamenti, attraverso i quali corrono le acque: basta citare come testimonianze più rappresentative del fenomeno le grotte di Pertosa e di Castelcivita.

 

1.2 Il progetto del Parco Nazionale del Cilento.

Con la legge del 16-12-1991,n 394, relativa alle aree protette, sono stati istituiti in Italia sette nuovi parchi nazionali e tra questi quello del Cilento-Vallo Di Diano.

Tale importante provvedimento era atteso, in verità, da molto tempo: la prima proposta in tal senso risale ad almeno trenta anni fà.

La legge approvata individua innanzitutto i territori nei quali sono presenti formazioni fisiche, geologiche, geomorfologiche e biologiche di particolare valore naturalistico ed ambientale nonchè le attività, le colture ed il patrimonio umano proponendosi di valorizzare tutto ciò che è compatibile con l'ambiente e di  eliminare  quanto  non  corrisponde a tale requisito.

In sostanza il Parco naturale tende ad esaltare nel modo più proficuo e razionale le qualità peculiari del territorio, indicando l'utilizzazione  dello  stesso  in  modo  intelligente  ed  ordinato,  a seconda  delle  vocazioni delle varie zone.

Tanto è dimostrato dal fatto che l'art.12 della legge suddetta prevede la divisione dell'intero comprensorio in quattro grandi aree e precisamente: 

a) Riserve integrali, nelli quali l'ambiente naturale è conservato nella sua integrità.

b) Riserve generali, nelle quali non è possibile attuare nuove opere di edilizia, nè ampliare le costruzioni esistenti e nemmeno realizzare opere di modifica dello stato dei luoghi. In queste riserve, tuttavia, può continuare la produzione tradizionale, si possono eseguire opere di manutenzione delle strutture esistenti nonchè quelle connesse alle infrastrutture necessarie.

c) Aree di protezione nelle quali si possono continuare le attività agro-silvo-pastorali, di pesca e di  raccolta  dei  prodotti  naturali.  In  tali  aree  è  previsto un forte impulso anche alla produzione artigianale di qualità riconosciuta.

d) Aree di promozione economica e sociale nelle quali sono consentite tutte le attività compatibili con le finalità istitutive del parco e tese al miglioramento della vita socio-culturale dei paesi compresi nel perimetro e al più efficace godimento del parco stesso da parte dei turisti e dei visitatori. La legge, inoltre, all'art. 7 prevede la concessione dei finanziamenti statali e regionali agli enti e collettività interessate per la realizzazione dei seguenti interventi:

1) restauro dei centri storici ed edifici di particolare valore;

2) recupero dei nuclei abitati;

3) opere igieniche ed idropotabili e di risanamento dell'acqua, dell'aria e del suolo;

4) opere di conservazione e di restauro ambientale del territorio,ivi comprese le attività agricole e forestali;

5) attività culturali nei campi di interesse del parco;

6) agriturismo;

7) attività sportive compatibili;

8) strutture per l'utilizzazione di fonti energetiche, metano ed altri combustibili, nonché interventi diretti a favorire l'uso di energie rinnovabili.

Se si considera bene tutto quanto precede e se si tiene conto che da ciò potranno scaturire altre attività ed iniziative nel futuro, si capisce subito che un parco naturale è una straordinaria, irripetibile occasione di sviluppo, che esso offre la più grande occasione per popolazioni trascurate da sempre e, per recuperare antiche, valide attività economiche e crearne di nuove, per riscoprire il fascino dell'artigianato, per esaltare prodotti genuini, economie languenti, tradizioni sbiadite, folklore spento  e  per  entrare  con  rinnovata dignità  nella  civiltà  dell'  Europa Unita.

_"Un Parco naturale"_ scrive Giuseppe Liuccio, è una grande scommessa di civiltà e fa correre la bella avventura di una nuova e diversa qualità della vita, dove il vivere e l'abitare sia in armonica sintonia con il produrre. E, non è cosa di poco conto in una società in cui tutto sembra ubbidire solo ed esclusivamente alla logica del produrre e guadagnar(9) .

La pubblicazione della legge, l'emissione delle prime circolari applicative delle norme e la perimetrazione provvisoria del  territorio da  comprendere  nel  parco  hanno scatenato  polemiche,  dibattiti, proteste e persino azioni legali, che hanno visto impegnate, spesso divise in opposte fazioni, le popolazioni del Cilento durante l'intero anno 1992.

Gli ambientalisti, ovviamente, hanno espresso il loro incondizionato   plauso   al   provvedimento legislativo.

I motivi dell'accesa polemica vanno ricercati in linea di massima nei seguenti fatti:

1) Il primo provvedimento di perimetrazione dettato direttamente dal ministero dell'ambiente non è stato ispirato da criteri oggettivi;

2)  Le ordinanze non hanno graduato i vincoli come da più parti si richiedeva;

3) Il blocco delle attività ha fatto intravedere una paralisi totale delle già scarse occasioni di lavoro offerte dalla realtà cilentana;

4) I reali vantaggi immediati e futuri della realizzazione del parco sono sfuggiti alla visione conservatrice di  alcune  classi  borghesi  e  contadine.

Le lamentele, le proteste e le azioni legali, sebbene tutte in buona parte fondate, non arresteranno il corso degli avvenimenti in quanto tutti i provvedimenti relativi al parco sono legge dello stato e come tali sono in via di attuazione. Tuttavia il Tribunale Amministrativo Regionale, a cui  si sono rivolte  le  amministrazioni  comunali  e  le  comunità  montane,  ha  ordinato una revisione della perimetrazione per evitare che si legittimassero provvedimenti assurdi, come quelli già denunciati dai ricorrenti, di centri abitati e comuni tagliati in due: una parte compresa nel parco ed una parte esclusa.

D'altra parte era impossibile che le popolazioni interessate potessero accettare una divisione del proprio territorio aventi le stesse caratteristiche di soprassuolo. La diffidenza delle popolazioni è stata così mancata, soprattutto difronte alle ordinanze restrittive del Ministero dell'Ambiente, che molti comuni hanno chiesto di essere esclusi dalla zona di influenza del Parco; nello stesso tempo, al contrario, si sono registrati episodi di dimostrazioni movimentate in pubbliche assemblee, in cui altri comuni, tagliati fuori dalla linea di demarcazione, chiedevano a gran voce di essere compresi nell'elenco dei beneficiari della legge e di entrare, quindi, a far parte col loro territorio, del Parco Naturale del Cilento.

A porre un certo ordine nella materia e a placare in parte l'allarme generale fu il blocco di tutte le attività, ordinato dalle disposizioni impartite dagli organi regionali, provinciali e comunali; è intervenuta una circolare del Ministero dell'Ambiente in data 5-2-1993, con la quale sono stati forniti chiarimenti su tutta  la normativa prodotta fino a quella data e sui vincoli reali imposti alle amministrazioni locali ai fini della conservazione integrale del territorio destinato a parco nazionale. I chiarimenti più attesi riguardavano soprattutto l'attività edilizia che, nel primo momento di emissione dei provvedimenti di salvaguardia dei luoghi, era stata del tutto paralizzata tra lo stupore generale degli imprenditori e della manodopera impegnata nel settore.

La circolare, nel distinguere i centri abitati dalle zone agricole e nel consentire opere di manutenzione ordinaria e straordinaria sui fabbricati di qualsiasi zona, restituisce fiducia  e tranquillità a quanti vedevano messa in discussione persino la possibilità di realizzare opere di consolidamento nei fabbricati danneggiati o lesionati dal terremoto del 1980.

Altro aspetto positivo, della circolare suddetta, è il riconoscimento del diritto delle popolazioni del Cilento ad approvvigionarsi di legna nei boschi del proprio territorio, nonché del diritto delle amministrazioni comunali a portare a termine i programmi di tagli boschivi già approvati.

Intanto, è in corso la nuova perimetrazione del territorio da includere in modo permanente e definitivo nel parco. Per ovvie ragioni alcune zone non potranno essere comprese in tali confini, perché i  confini  stessi  della  regione, come abbiamo detto in premessa, sono variamente intesi e geograficamente attestati. Si tratta, tuttavia, di un'area di circa 200.000 ettari di terreno caratterizzati da ambienti di varia natura: faggeti, cerreti, castagneti, macchia mediterranea, prateria, ed altro.

 

1.3- Caratteristiche del suolo, flora e fauna, piante medicinali.

Abbiamo già detto che l'aspetto del suolo del Cilento è mutevole: qualche volta due versanti di una stessa vallata si presentano in stridente contrasto paesaggistico e conseguentemente, produttivo. Anche il De Giorgi(10) ebbe modo di notare tale fenomeno; egli, infatti, scrive: "scendendo da Rutino, mi colpì la fisionomia diversa dei due versanti di questa vallata: ad oriente sorge la catena montuosa di Monteforte, dalle pendici brulle di vegetazione, giallognole, e dalle vette rotondeggianti, sulle quali nereggiano boschi di querce e di castagne; nell'altro versante, invece, il paesaggio è più ridente con una vegetazione lussureggiante di ulivi, viti, fichi, cereali, verdure. Nel primo, scarsi i paesi, varissime le case coloniche e le campagne mal coltivate; nell'altro, i paesi, le borgate e le case rustiche sono seminate a centinaia. L'Alento è un gran fosso che divide l'arretratezza dalla civiltà".

La conclusione del discorso del famoso geologo appare, evidentemente, piuttosto esagerata, ma l'aspetto contrastante delle due zone prese in esame è stato ed è un dato di fatto, determinato nel tempo, persino da fattori politici. Infatti, la fascia di territorio sulla sinistra dell'Alento ( quella, per capirci meglio, di cui parla con maggiore entusiasmo il De Giorgi ) viene così giustificata, nel suo progresso agricolo, dal Coppola(11) "questa diversità si può spiegare dall'aver costituito ( quella parte ) per lunghi secoli, una sola distinta unità politica, giuridica ed umana nel grande stato feudale di Sanseverino ed ordinata da un interessante complesso di norme che ne regolavano la vita amministrativa, sociale ed economica. Per cui questi paesi non solo poterono assorbire la profonda trasformazione fondiaria, operata a suo tempo dai Basiliani e dai Benedettini, ma l'accrebbero fino al punto che né costanti incursioni dei corsari, né le guerre civili, né l'amministrazione spagnola, né il feudalesimo, riuscirono a modificare taluni caratteri positivi e i tratti egualitari primitivi".

Abbiamo già accennato prima alle specie della flora soprattutto relativa all'alta montagna, ma, quando prendiamo in esame la media montagna, le colline, notiamo subito che la vocazione del suolo presenta una certa uniformità: prevale la coltura dell'ulivo, della vite, del fico e, in minor misura di altre piante da frutto. Su questi aspetti delle colture e sulla diffusione dei castagneti, che rappresentano una fonte non trascurabile di ricchezza, torneremo in un secondo momento quando tratteremo di programmi rilancio dell'agricoltura nel contesto generale dell'attività dell' Ente Parco.

La fauna è numerosa e varia soprattutto nelle zone di montagna: si pensi che oltre al lupo, al cinghiale, alla volpe, alla faina e alla lepre, è stata registrata sulla catena del Cervati persino la presenza dell'aquila reale. Infatti, la cattura di uno di questi esemplari caduto in una trappola per lupi si è trasformata, qualche anno fà, in un avvenimento straordinario per l'intero comune di Piaggine. Altrettanto interessante è la fauna fluviale costituita da trote, anguille, ed altri pesci meno pregiati.

Non vanno trascurati i frutti del sottobosco che sono poco utilizzati, ma che hanno evidenti pregi: vogliamo alludere alla presenza, in varie zone, di more, lamponi, ribes, funghi e tartufi.

Le piante, che in buona parte si inseriscono nella tradizione alimentare della regione di cui parliamo, hanno anche un ruolo importante per i rimedi terapeutici. Esse costituiscono, spesso, l'ingrediente unico o essenziale per la preparazione di ricette che vengono trasmesse, dalla tradizione orale, di generazione in generazione.

Per offrire un panorama, sia pure limitato, che di piante e di frutti viene fatta nel Cilento per curare determinate malattie, citiamo quì alcuni esempi che ci sembrano emblematici:

-L'ulivo- A parte il valore alimentare del prodotto, è da ricordare il cosiddetto "olio di fonte" che si ricava, al momento della molitura, dalla massa impastata, nella quale viene scavato una specie di "cratere"; tale incavo si riempie, nel giro di qualche ora, di un olio particolarmente limpido che è indicato come importantissimo apporto alimentare non solo per i bambini, ma anche per le persone in età avanzata che si trovano in precarie condizioni di salute. Lo stesso olio, oltre alla capacità di combattere gli stati febbrili, funge da eliminatore dei calcoli biliari.

Le foglie dell'ulivo, poi, vengono spesso usate per la preparazione di decotti ipotensivi. Quest'ultimo uso viene praticato, in genere, con molta attenzione.

-Lo stramonio- E' una pianta molto velenosa. "Ha grandi fiori a forma di tromba, bianchi, o raramente violetti; i frutti che somigliano a castagne d'India si aprono in quattro valve liberando numerosi semi"(12) , questi venivano usati, in qualche paese lo sono ancora, per confezionare sigarette o venivano fumati in polvere nella pipa per combattere gli attacchi di asma bronchiale.

-Il sambuco- I fiori bianco-verdognoli erano miracolosi nei decotti, preparati per calmare l'arrossamento degli occhi. I fiori freschi, schiacciati e spalmati sulla garza hanno proprietà lenitrice per i dolori emorroidali. Il decotto di sambuco è un'eredità che viene da molto lontano: alcuni sostengono che proviene dagli aforismi di Ippocrate.

-I rovi- Le foglie di questa pianta vengono usate per portare a maturazione i foruncoli e le iniezioni suppurate.

-La ruta- E' un'erba caratteristica dei paesi del sud, le cui foglie emanano un odore piuttosto sgradevole. Soffriggendo i rametti di ruta, si ottiene un olio che ha notevoli capacità terapeutiche; lenisce i dolori muscolari ed articolari.

-Il pomodoro- In mancanza di medicinali di pronto intervento, si fa uso del pomodoro per lenire il dolore prodotto dalle punture delle api.

-Le patate- Non esiste nel Cilento, alimento o ingrediente superiore alla patata nei casi di scottature sia da fuoco sia da sole.

-La noce- Il decotto di foglie di noci funge da digestivo. Il nocino, che è un liquore preparato in casa con le noci verdi messe in alcool puro, è un prodotto assai prelibato, che le massaie cilentane preferiscono confezionare prelevando la materia prima dalle piante nel periodo che va dal 24 giugno al 4 agosto.

-La mandorla- Un'antica consuetudine cilentana, che si perde nella notte dei tempi, raccomandava di raccogliere in un bicchiere d'acqua, in una notte di luna, cinque mandorle ben pestate e cinque intere lasciandole marcire: dopo un tempo considerevole  si arebbe avuto un' insuperabile bibita rinfrescante, capace tra l'altro di alleviare il mal di stomaco.

-La lattuga- E' largamente usata come tranquillante, per le gengive doloranti e per curare i brufoli dovuti all'acne giovanile.

-La lavanda- Nel Cilento esistono due tipi di quest'erba: una detta lavanda vera e propria, l'altra ha arbusti con fiori a spiga, violetti, retti da un lungo gambo unto, di odore aromatico. Questo tipo di pianta, che cresce spontanea ovunque, è utilizzata per profumare la biancheria. Fino ad alcuni anni fa veniva raccolta e venduta ad un'industria del Vallo di Diano, ove veniva usata per estrarre sostanze farmaceutiche; tale attività è stata messa in crisi dalle coltivazioni in serra. C'è da aggiungere che l'infuso dei fiori di lavanda, di cui ancora si fa largo uso in alcuni paesi, è un efficace sedativo ed antisettico.

-La gramigna- Se la pianta è gradita come cibo ai cavalli e agli asini, i rizomi che sono sottili, ramosi, biancastri con grosse squame, vengono invece utilizzati per la preparazione di tisane e decotti indicati nella cura delle infiammazioni dell'apparato urinario.

-Il finocchio- Cresce spontaneo sulle colline asciutte. I nostri antenati facevano uso delle radici con cui preparavano gradevoli aperitivi e dei semi che aiutavano la digestione. Tuttora i semi di finocchio, sono largamente usati per  rendere più aromatiche le carni, le ciambelle di pane duro e gli insaccati. C'è persino chi è convinto che la pianta, raccolta quando è tenera e bollita con altre verdure sia un alimento raffinato per le donne in allattamento.

-Il fico- E' sicuramente la pianta più comune e più frequente in tutto il Cilento. (Ne parleremo in seguito quando tratteremo le possibilità di un'industria in questa terra). Per ora ci preme mettere in evidenza le proprietà eccezionali dei suoi decotti che sono "efficaci emollienti per far gargarismi nelle tracheriti ed altre infiammazioni delle vie respiratorie, è inoltre, in grado di curare tosse e raffreddore(13) . Viene spesso usato anche il lattice estratto dalle foglie e dai frutti per la cura delle verruche e dei porri.

L'elenco delle piante e delle erbe medicamentose che crescono e vengono utilizzate nel Cilento potrebbe continuare all'infinito; basti pensare agli svariati usi che vengono fatti della cicoria, del cavolo, della cipolla, della camomilla, dell'ortica e dell'aglio che non fanno parte di una cultura industriale, ma che comunque sono entrati nell'esperienza pratica dei nostri antenati; per capire che questo comprensorio, sicuramente più di altri della provincia, rimane tra l'altro, custode geloso di antiche tradizioni e fruitore accorto delle ricchezze che in esso stesso hanno spontanea origine.

Ma la geografia e le caratteristiche del suolo del Cilento hanno tantissime altre valenze. "Il paesaggio non urbano non è semplice, come può apparire a chi lo ignora: guardare una collina significa vedere dove c'è terra buona e dove non, dove non è stato potato, perché c'è un muro che cade; guardare un podere vuol dire sapere quando è stato piantato un albero e quando su un altro è caduto un fulmine e poi si è ripreso; una valle, una collina, non è fatta solo di poderi, ma anche di toponimi, ciascuno dei quali rimanda a fatti, ad associazione di idee, ad antichi proprietari, a passate vicende"(14) .

La stessa denominazione riguardante la morfologia del territorio ha connotazioni che rimandano all'influenze storico-politiche del passato. Si notano residui del sostrato prelatino e latino ( lacco, tempa, morra ) che sono i più frequenti; si avvertono poi, i segnali delle presenze germaniche ( teglia, galdo ); ogni valle, ogni collina è ricoperta di nomi che per ogni fondo ne indicano una valenza nell'immaginario locale: la sua posizione rispetto al sole che sorge, rispetto allo spazio, la sua appartenenza a vecchi proprietari, a riferimenti feudali, a conventi ormai scomparsi, a caratteristiche della sua configurazione.

Un'altra caratteristica del suolo del Cilento è la produzione di piante particolari e di fiori selvatici e domestici. Vale la pena di ricordare il cipresso e il gineprio, le varietà del salice, l'olmo, il gelso e il vischio, il grano saraceno, il muschio fiorito, la rosa campestre, il trifoglio e la cicercia.

 

 

 

 

note introduzione

(1)  Luchino Franciosa, Il Cilento, ed. Ippocratica, Salerno, pag. 3 e segg.

(2) Costantino Gatta, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania, Bologna, pag.3.

(3)  Adriana di Leo, I sinodi cilentani nei secoli XVI - XIX, Napoli 1981 pagg. 7-8.

(4) Adriana Di Leo, I sinodi cilentani nei secoli XVI - XIX, Napoli, pag.15.

 

 

note cap. I

 (1) N. Acocella, Il Cilento dai Longobardi ai Normanni, In Salerno Medievale e altri saggi a cura di  A.  Sparano, Libreria scientifica ed. Napoli 1971 pagg. 323-324.

 (2) M. Mazziotti, La Baronia del Cilento,1904 pagg. 2-3.

(3) V. Aversano, Il toponimo Cilento e il centro fortificato sul Monte della Stella, in studi e ricerche di geografia V, 1982 pagg. 1-42.

(4) In un atto di donazione riportato dal C.D.C. II gennaio 1963, atto col quale un certo  Guido  da Laureana offre al monastero di S. Arcangelo del Monte Corice ( presso Perdifumo ) tutto ciò  che gli era "pertinente per il Cilento", figura per la prima volta il toponimo in questione.

(5) G. Portanova, I Sanseverino e l'Abbazia cavese, Cava dei Tirreni, 1977 pagg. 60 e segg.

(6) L. Cassese, Il Cilento al principio del XIX secolo, Salerno 1956 pag.21.

(7) F. Palladino, Aspetti e problemi dell'agricoltura cilentana, in Centro di Studi per il Cilento e Vallo di Diano, Roma 1956,vol. I pag.  11

(8) Luchino Franciosa, Il Cilento, pagg. 7-8.

(9) G. Liuccio, Il Parco Naturale, un'occasione di sviluppo, Galzerano, 1992, pag. 12.

 (10) G. De Giorgi, Da Salerno al Cilento, in Bollettino del Regio Comitato Geografico, vol. VIII, 1882.

(11) G.V. Coppola, La Valle del Cilento, Carucci, Roma, 1976, pag.132.

(12) O. Polunin, Guida ai fiori d'Europa, Zanichelli, 1983, pag.1.

(13) L. Casaburi, Piante medicinali nelle ricette cilentane, in Cilento, ed. Castellano, 1993, pag. 150.

(14) E. A. Del Mercato, L'immaginario non urbano: il caso Cilento, ed. dell'Alento, 1990, pag.33.



(1)  Luchino Franciosa, Il Cilento, ed. Ippocratica, Salerno, pag. 3 e segg.

(2) Costantino Gatta, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania, Bologna, pag.3.

(3)  Adriana di Leo, I sinodi cilentani nei secoli XVI - XIX, Napoli 1981 pagg. 7-8.

(4) Adriana Di Leo, I sinodi cilentani nei secoli XVI - XIX, Napoli, pag.15.

 (1) N. Acocella, Il Cilento dai Longobardi ai Normanni, In Salerno Medievale e altri saggi a cura di  A.  Sparano, Libreria scientifica ed. Napoli 1971 pagg. 323-324.

                  

(2) M. Mazziotti, La Baronia del Cilento,1904 pagg. 2-3.

(3) V. Aversano, Il toponimo Cilento e il centro fortificato sul Monte della Stella, in studi e ricerche di geografia V, 1982 pagg. 1-42.

(5) G. Portanova, I Sanseverino e l'Abbazia cavese, Cava dei Tirreni, 1977 pagg. 60 e segg.

(6) L. Cassese, Il Cilento al principio del XIX secolo, Salerno 1956 pag.21.

(7) F. Palladino, Aspetti e problemi dell'agricoltura cilentana, in Centro di Studi per il Cilento e Vallo di Diano, Roma 1956,vol. I pag.  11

(8) Luchino Franciosa, Il Cilento, pagg. 7-8.

(9) G. Liuccio, Il Parco Naturale, un'occasione di sviluppo, Galzerano, 1992, pag. 12.

 (10) G. De Giorgi, Da Salerno al Cilento, in Bollettino del Regio Comitato Geografico, vol. VIII, 1882.

(11) G.V. Coppola, La Valle del Cilento, Carucci, Roma, 1976, pag.132.

(12) O. Polunin, Guida ai fiori d'Europa, Zanichelli, 1983, pag.1.

(13) L. Casaburi, Piante medicinali nelle ricette cilentane, in Cilento, ed. Castellano, 1993, pag. 150.

(14) E. A. Del Mercato, L'immaginario non urbano: il caso Cilento, ed. dell'Alento, 1990, pag.33.